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Il dottor Alberto Bianchi, che ha creato Graftonica assieme ad altre persone, sembra convinto che le nanotecnologie ed i polimeri rappresentino il futuro. A Milano, city della modernità italiana, sono sorte e sorgeranno realtà aziendali decisive per il futuro del biotech e dell’innovazione tecnologica. Abbiamo voluto approfondire l’organizzazione, gli obiettivi, le collaborazioni e le aspettative di Graftonica, una realtà nata pure all’interno dell’Università Bicocca di Milano.

Com’è organizzato il vostro spin off?

Graftonica è nata in un ambiente universitario ed è composta da un gruppo di ricercatori. È una società molto dinamica: questo spesso crea conflitti con l’evoluzione di una normale società. Tutti i giorni cerchiamo di trovare il giusto equilibrio. I tre soci fondatori hanno un ruolo attivo nella società con differenti ruoli e impegni: Alberto Bianchi è Amministratore Unico e, oltre a seguire la parte amministrativa con dei consulenti, ha parte attiva nel marketing, nella gestione dei progetti e segue da vicino la ricerca e lo sviluppo. Michele Mauri ha seguito a lungo lo sviluppo di metodologie analitiche per i materiali e la scrittura di progetti nazionali ed europei. Il professor Roberto Simonutti è il direttore scientifico e il collante con il mondo accademico. I soci prendono parte alla valorizzazione dei prodotti e al rapporto con i clienti in misura diversa. La società ha un dipendente a tempo determinato e uno o due collaboratori esterni di vari livelli.

Ci racconta in breve la storia della vostra azienda?

Graftonica nasce nel 2015 con l’intento di portare sul mercato le metodologie e i materiali che i soci fondatori hanno sviluppato all’interno del dipartimento di Scienza dei Materiali dell’Università degli Studi di Milano Bicocca. Il trasferimento tecnologico è sempre stato il motore trainante, che ha permesso di ampliare i clienti e i progetti in via di sviluppo. Negli ultimi decenni si è verificato un continuo distacco tra mondo accademico e settore industriale a causa di vari fattori, sia politici che commerciali. Graftonica si è posizionata fin da subito in questo spazio ben poco esplorato. Il nome della società deriva dal verbo ‘’to graft’’: ‘’innestare’’. Il nostro primo business è stato creare dei compatibilizzanti innestati su nanoparticelle, per renderle compatibili con materiali come gomma o plastica. Nei sei anni di vita, oltre a consolidare le metodologie di lavoro e i prodotti, l’azienda è cresciuta numericamente, reinvestendo tutti gli utili in strumentazione e collaborazioni scientifiche. Il modello di business ormai consolidato si è rafforzato negli anni. Esso è basato sulla dinamicità dell’azienda.

Quali e quanti studi state compiendo sui polimeri?

Lavoriamo ad ampio spettro sui polimeri sia dal punto di vista della sintesi che della trasformazione. Sfruttando le tecniche più avanzate di sintesi, possiamo produrre una vastissima tipologia di materiali. In particolare ci siamo orientati su copolimeri con variazione di polarità, che trovano impiego come compatibilizzanti tra nano o microparticelle e materiali polimerici. Si vanno a sviluppare materiali ibridi che trovano applicazione in tutti i settori tecnologici, tra cui antenne di nuova generazione e automotive, materiali per il design e materiali per l’edilizia. Inoltre, sviluppiamo e analizziamo sistemi reticolati: gomme, gel o idrogel che trovano applicazioni in settori come quello medicale e del restauro dei beni culturali.

E sulle nanotecnologie?

Graftonica è immersa nella nanotecnologia. I soci sono esperti nel campo e sperano di portare questi materiali nel mondo dei polimeri realizzando nanocompositi. Dalla nascita delle nanotecnologie ad oggi si sono avuti alti e bassi. Dopo una prima spinta e grazie ad un fortissimo entusiasmo si è arrivati ad un blocco tecnologico principalmente causato dal mercato e dalla difficoltà di processazione. Nel campo dei nanocompositi (nanoparticelle e polimeri) ci sono difficoltà di natura chimica e fisica nell’unire i due mondi. Il caso più famoso è quello del grafene: da anni si parla delle fantastiche proprietà di questo materiale ma ancora oggi è difficile trovare un’applicazione in cui viene inserito. La causa principale è data dal fatto che è ormai relativamente facile fare il grafene ma è complesso e costoso accoppiarlo con materiali polimerici. Questo vale per il grafene come per molte altre nanoparticelle che, solitamente sono chimicamente diverse dai polimeri, ed è proprio per questo che è nata l’idea di Graftonica in cui si sono sviluppate molte tecniche di compatibilizzazione.

Quali prospettive di sviluppo esistono per i polimeri?

Giocando con i monomeri e con le tecniche di sintesi e trasformazione, è possibile ottenere materiali di ogni genere. Il problema è trovare il giusto compromesso tra quello che si può realizzare in laboratorio e quello che vuole recepire il mercato. Attualmente c’è una forte spinta per il ‘’bio’’, che sia biobased o biodegradable. In realtà coprono una fetta non così elevata del mercato e prima o poi si dovrà fare i conti con l’utilizzo del terreno agricolo che serve per la produzione dei monomeri. Dal punto di vista di ricerca, Graftonica sta lavorando sul riutilizzo di materiale di scarto per la produzione di bioplastiche come additivi riempitivi. La nostra intenzione è quella di voler riutilizzare quello che già abbiamo che verrebbe buttato in discarica. Il problema di questi materiali rimane la fornitura a lungo termine degli scarti e quindi della materia prima. È molto complesso progettare un dispositivo fatto di un materiale che prima o poi potrebbe finire o comunque che spesso è poco omogeneo.

Credete che in Italia se ne parli a sufficienza?

Non abbastanza. Considerando che siamo nel paese (e nella città) dove Natta ha vinto il nobel per il polipropilene, siamo molto distanti da quello che il settore era anni fa. Con poche eccezioni, la chimica dei polimeri è stata abbandonata: eravamo uno dei paesi più avanzati al mondo nel campo della ricerca e della costruzione. Si sono fatte politiche in controtendenza rispetto alla nostra vicina Germania che, al contrario ha potenziato il settore.

Ci elencate tutte le possibili potenzialità (o le principali) delle innovazioni passanti dai polimeri e dalle nanotecnologie?

Non c’è abbastanza spazio. Si parla di unire due mondi che sono in continua evoluzione. In generale i polimeri sono materiali strutturali che portano con sé alte proprietà meccaniche. I nanomateriali sono materiali funzionali con proprietà elettriche, magnetiche e ottiche, oppure attività antimicrobiche o di barriera conservante per il cibo e i farmaci: la combinazione dei due è bloccata solamente dalla processabilità e dalle regole del mercato.

Con quali realtà collaborate?

Collaboriamo con aziende e centri di ricerca. Essendo all’interno del dipartimento di Scienza dei Materiali dell’università, è chiara la nostra vicinanza con la gran parte dei ricercatori che si occupano di materiali in diversi settori. Nel tempo abbiamo creato una rete di collaborazioni con molti centri di ricerca al fine di avere a disposizione tutti i possibili tools che possano esserci utili. Con le aziende lavoriamo per sviluppare nuovi materiali customizzati e per risolvere piccoli problemi legati ai materiali polimerici, che spesso ci hanno dato la possibilità di approfondire diversi settori e creare nuovi progetti e prodotti.

Cosa ne pensate del futuro del biotech e della innovazione scientifica in Italia?

È in piena espansione, soprattutto perché spinto dalla richiesta sempre più “green” del mercato. Come detto prima, in Italia la ricerca nel settore chimico e dei materiali si è ridotta negli anni. Il biotech è cresciuto, spinto soprattutto dal settore farmaceutico e di conseguenza la ricerca è aumentata solo su materiali di quel settore. Con la nostra esperienza nel territorio, abbiamo notato come sia difficile portare l’innovazione scientifica dell’accademia alle aziende, soprattutto per il tipo di società presente in Italia. Nel nostro settore abbiamo poche e sempre meno grandi aziende, che spesso gestiscono la ricerca in maniera totalmente interna e un numero altissimo di piccole aziende che talvolta non hanno al loro interno né la forza di fare ricerca né il personale adatto, spingendo solamente sul prodotto e non sulla sua innovazione.

Come vi vedete tra dieci anni?

Stiamo facendo grandi sforzi per diventare una società di sviluppo e produzione di materiali a livello prototipale, che sia un collante tra università ed industria. Per questo ci vogliono sia grandi investimenti sia la costruzione di una rete di aziende votate allo sviluppo tecnologico, questo è ovviamente un obiettivo molto ambizioso, ma puntare in alto è insito di chi ha una mentalità da scienziato come i soci fondatori. Nel concreto, attualmente stiamo cercando di ampliare i nostri spazi al di fuori dell’università, dove attualmente siamo in affitto, ma con il desiderio di mantenere uno stretto legame, che è il cardine della nostra metodologia.

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