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Intervista a Theoreo

Proseguiamo il nostro viaggio nelle realtà che si stanno distinguendo per il loro contributo allo sviluppo dell’innovazione tecnologica in Italia. Anche in questo caso il nostro percorso giunge a Salerno, dove incontriamo Theoreo, che è nata come uno spin off dell’istituzione universitaria salernitana. In questo specifico caso ci avventuriamo nel campo della diagnostica e delle sue evoluzioni. Theoreo si occupa tanto di diagnosi precoce e non inviasiva di malformazioni fetali, quanto di carcinoma endometriale. Un’eccellenza, insomma, che siamo onorati di raccontare sulle pagine di biotecnologie-news 

Com’è nata la vostra azienda?

Theoreo nasce nel 2015 come uno spin-off dell’università degli studi di Salerno, in seno al dipartimento di medicina e chirurgia intitolato alla più antica istituzione medica del mondo occidentale, la “Scuola Medica Salernitana”. Sposando gli ideali di questo nostro prestigioso antenato, abbiamo provato a far convergere e a trasferire le conoscenze, acquisite in precedenti esperienze, in uno studio olistico dell’uomo, che quindi non segregasse i diversi aspetti che lo caratterizzano in compartimenti stagni.

Nello specifico, l’obbiettivo era quello di utilizzare la potenza e i numerosi progressi che la chimica analitica da un lato e l’informatica dall’altro, avevano compiuto negli ultimi anni, mettendoli al servizio della medicina e, in particolare, al servizio della compressione della complessità delle relazioni tra i diversi aspetti e meccanismi che costituiscono gli ingranaggi della salute e delle malattie e, più in generale, della vita.

In realtà la nostra azienda aveva un’anima anche prima della sua stessa costituzione formale. E’ stata frutto della completa condivisione di un progetto rispetto al quale avevamo già una visione ben precisa.

Abbiamo installato, quasi da subito, la nostra sede operativa presso la fondazione EBRIS (European Biomedical Insitute of Salerno), una delle più vivaci ed interessanti realtà scientifiche del mezzogiorno. Questa nasce da una joint venture tra Fondazione Scuola Medica Salernitana e il Mass General Hospital dell’Università di Harvard in Boston.

Di cosa vi occupate nello specifico?

Nel giro di pochi anni abbiamo messo a regime un sistema imprenditoriale non poco articolato. Tutto nasce dalla consapevolezza di aver messo in piedi un ambiente di lavoro condiviso, il cui protagonista è un team di ricercatori con competenze esasperatamente complementari.

Ed è proprio su questo bagaglio interdisciplinare che l’azienda ha concepito, sviluppato e reso tangibili e dunque commercializzabili, una serie di prodotti e di servizi oggi unici sul mercato.

Il nostro pane quotidiano si chiama Metabolomica! Una delle scienze omiche (come la genomica, la proteomica, etc.). Queste sono versioni “olistiche” delle discipline da cui traggono origine e che quindi studiano, piuttosto che i singoli elementi individualmente, il loro comportamento sociale e quindi la complessità delle relazioni che questi instaurano tra loro.

La metabolomica è una disciplina sicuramente più complicata ma allo stesso tempo più potente rispetto alla sua alternativa basata su un approccio riduzionistico! Il suo limite? Appunto la complessità che noi abbiamo scongiurato grazie alle competenze sviluppate nel tempo, nonché grazie alle numerose collaborazioni scientifiche che abbiamo consolidato con importanti istituzioni sanitarie italiane ed internazionali.

Abbiamo utilizzato la metabolomica soprattutto per prototipare dei sistemi diagnostici nei confronti di condizioni patologiche per le quali non sono disponibili biomarcatori. In realtà, l’approccio metabolomico supera completamente il concetto stesso di biomarcatore, inteso come un parametro al quale si vorrebbe attribuire la responsabilità di descrivere, o comunque rappresentare, un fenomeno complesso e che spesso si è articolato nel corso di diversi passaggi che hanno coinvolto organi e strutture distinte e lontane, magari su un grande intervallo temporale. Per mezzo della metabolomica, sostituiamo ai singoli marcatori delle “signature”, intese come istantanee che fotografano la complessità delle relazioni esistenti in un dato momento e che sottendono una certa condizione di salute o di malattia.

Ovviamente, dietro il sipario del test diagnostico si nascondono gli strumenti che ci consentano di intravedere i meccanismi alla base dello sviluppo di queste condizioni e che magari, potranno un giorno, consentire un innovativo approccio terapeutico. Per questo, i nostri interessi spaziano dalla ricerca di base a quella traslazionale.

Oltre che allo sviluppo dei nostri test diagnostici, le attività di Theoreo sono anche rese disponibili per altri gruppi di ricerca che intendono integrare le loro linee sperimentali con un approccio metabolomico. Questo ci ha consentito, in pochi anni, di costruire una vasta rete di relazioni con alcuni tra i più prestigiosi e vivaci gruppi di ricerca in ambito biomedico del panorama internazionale.

Come vi vedete tra dieci anni?

E’ una domanda complicata! E’ da un po’ di anni che penso a questa risposta e la risposta non è scontata, soprattutto a causa della rapidità con la quale cambiano gli scenari, tuttavia il pensiero è sempre lo stesso. La nostra visione futura coincide perfettamente con i principi su cui è basata la nostra quotidianità. Uso con veemenza e naturalezza il termine “condivisione”. Ci piacerebbe condividere, come sin ora fatto in ogni fase di sviluppo delle nostre idee, i risultati della nostra ricerca e del nostro know-how. Il nostro core è lo sviluppo di mezzi diagnostici predittivi ed economici che si rivolgono praticamente a tutte le fasce sociali. Parliamo di screening di popolazione, dunque di prevenzione secondaria. Questa, insieme alla prevenzione primaria, è la strada più promettente per implementare lo stato di salute degli esseri umani. L’implementazione di questi sistemi di screening consentirebbe anche di supportare i governi sanitari in un rinnovamento, sempre più necessario, atto a garantire la sostenibilità rispetto alle sfide che il futuro ci propone.

Ci descriverebbe le grandi novità apportate dalle vostre tecniche diagnostiche (sia nel caso del prenatale sia in quello oncologico)?

Il nostro primo progetto, e forse anche il più ambizioso, lo abbiamo battezzato MAMA Test (Metabolomics Approach for MAlformation). Si tratta di un test di screening prenatale non invasivo che, per mezzo delle informazioni di natura biochimica che si possono ottenere dall’analisi di una sola goccia di sangue materno, è in grado di cogliere ed interpretare il complesso sistema di comunicazione materno-fetale. Sulla base di queste informazioni, un articolato algoritmo di intelligenza artificiale predice lo stato di sviluppo del feto. Questo test regge su due gambe: una è rappresentata dalle tecnologie chimico- e biochimico-analitiche messe in atto per acquisire le informazioni necessarie, l’altra è invece matematica. Per mezzo di questa sono stati sviluppati degli algoritmi di apprendimento automatico capaci di interpretare queste informazioni e, quindi, di fare predizioni. Tutte le ricerche di base e gli algoritmi sono stati sviluppati all’interno della nostra azienda e i trial clinici sono stati condotti tutti in Campania. Oggi il test è attenzionato da importanti istituzioni in diversi Paesi. Abbiamo, recentemente, intrapreso un trial clinico internazionale nel quale è coinvolta anche l’università di Auckland in Nuova Zelanda per validare i risultati preliminare su una ampia coorte di donne in gravidanza appartenenti a diverse etnie e a contesti sociali ed ambienti di vita molto diversi tra loro.

Sulla stessa falsa riga, abbiamo, recentemente, concluso un trial clinico di validazione di una signature metabolomica che si è dimostrata valida ed accurata per screenare la popolazione di donne in post menopausa nei confronti del carcinoma endometriale. Questa è una patologia terribile, la cui incidenza è in costante aumento a causa sia dell’invecchiamento della popolazione, sia dell’aumento dell’incidenza delle condizioni predisponenti quali diabete, obesità, ipertensione ed in generale la sindrome metabolica. Non esiste, ad oggi, un sistema di screening efficace nonostante la prognosi sia strettamente legata alla precocità della diagnosi. Per questo, strumenti come il MEDEA Test, -questo il nome con il quale abbiamo battezzato il nostro test-, potrebbero risultare determinanti nei prossimi anni sia per ridurre l’impatto sociale di queste condizioni, sia per evitare il collasso economico dei sistemi sanitari basati sul modello Beveridge.

Com’è composta la vostra azienda (come siete organizzati)?

I soci fondatori sono 4, oltre me che sono un biotecnologo e supervisiono la ricerca, c’è il dott. Giovanni Scala, che è un chimico e dirige il reparto di chimica analitica, il prof. Maurizio Guida che è professore di Ostetricia e Ginecologia all’università Federico II di Napoli e dirige il reparto di studi clinici e affari regolatori. Il prof. Guida, infatti è anche un esperto medico legale. C’è poi il dott. Antonio Scala che cura la gestione economico-finanziaria. Abbiamo poi un reparto di analisi dei dati che è sotto la guida della dott.ssa Meritxell Pujolassos, anch’essa biotecnologa che coordina un gruppo di ingegneri, data analyst e sviluppatori software.

Recentemente abbiamo lanciato sul mercato due prodotti, il MetaboPrep ed il MetaboPredict, il primo è un prodotto per “in vitro diagnostics” che consente la definizione di signature metabolomiche. Il secondo è, invece, un applicativo software che consente di estrarre conoscenze dai dati derivanti da esperimenti di metabolomica. Sono ovviamente entrambi prodotti pensati per la ricerca e indirizzati agli operatori del mondo della ricerca, sia pubblica, sia privata che si offrono come una potenziale leva per aumentare la disponibilità di signature specifiche. Siamo fermamente convinti che questa traccia e la medicina di precisione che la segue rappresenteranno il caposaldo della medicina che verrà.

Come vede il futuro del biotech e dell’innovazione tecnologica in Italia?

Sono molto fiducioso in merito. In Italia abbiamo uno straordinario vivaio di talenti in questo ambito, come in molti altri. La nostra reputazione internazionale è di gran lunga superiore rispetto a quella interna. In quanto italiani, abbiamo la strana attitudine a sminuirci molto e a sottolineare in maniera abnorme le difficoltà e i problemi, che ovviamente non mancano, ma che possono e devono essere affrontati.

Ovviamente il sistema della ricerca, la burocrazia, la conflittualità nelle competenze, la corruzione, una eccessiva pressione fiscale e la debolezza dei sistemi di incentivazione agli investimenti sono tutti nodi da risolvere in maniera seria e non più rimandabile. La crisi pandemica che stiamo affrontato e lo straordinario piano di rilancio che costituisce il “Next Generation EU” rappresentano, però, una enorme opportunità in questo senso. Sono certo che i nostri amministratori saranno in grado di utilizzare al meglio questa leva.

Ovviamente anche il sistema imprenditoriale e l’università dovranno giocare un ruolo chiave in questo processo. Dal punto di vista imprenditoriale, credo che bisognerebbe riuscire a coltivare l’ardire di investimenti in tecnologie che possano segnare un cambio di passo rispetto alle possibilità odierne; è inoltre imprescindibile guardare con lungimiranza a quelli che saranno gli scenari del futuro. In altri termini, a mio avviso, investimenti mirati ad una maggior attenzione circa l’impatto ambientale delle attività umane e una maggiore attenzione ai bisogni dei più deboli rappresentano una visione lungimirante che potrebbe offrire al nostro sistema imprenditoriale un vantaggio competitivo nel prossimo futuro. La sostenibilità è certamente la sfida maggiore che saremo chiamati ad affrontare nei prossimi decenni. La sostenibilità è un concetto intrinsecamente integrato, quindi non è possibile pensare di affrontarlo tenendo a cuore interessi di parte o comunque con un approccio riduzionistico. Affinché un sistema sanitario sia sostenibile, la salute di tutte le fasce della popolazione deve crescere in maniera coerente. Nessuno può essere lasciato indietro, e questa non è solo una visione filantropica. Sarebbe come avere una splendida nave da crociera e preoccuparsi di organizzare uno straordinario spettacolo al teatro principale mentre la carena ha una crepa che inizia ad allargarsi. Questo problema è solo inizialmente legato ai piani bassi della nave, ma è destinato a minare l’intera crociera e la sicurezza di tutti i passeggeri.

Sebbene molte realtà, sia grandi sia piccole, si stiano dimostrando sempre più strategiche, il sistema della ricerca, in Italia, è ancora molto legato al mondo accademico. Per questo, le università hanno una responsabilità enorme, in questo processo. E’ cruciale implementare ulteriormente la trasparenza e curare, con sempre maggiore attenzione al merito, i meccanismi di selezione e di valorizzazione. D’altro canto, è anche vero che la grande disponibilità di talenti crea un sistema altamente competitivo con il quale è indispensabile confrontarsi. Entrambi questi fenomeni dovrebbero essere tenuti in grande considerazione nello sviluppo di strategie atte a disincentivare la fuga dei nostri cervelli verso altri Paesi.

Avete aderito al progetto Gemma. In cosa consiste?

E’ un progetto al quale siamo molto orgogliosi di partecipare. Le competenze che abbiamo acquisto in questi anni nell’”origliare” ed interpretare la comunicazione biochimica all’interno del corpo umano, ci hanno mostrato la strada per comprendere il complicato dialogo tra le cellule del nostro corpo e l’enorme moltitudine di microorganismi che popolano il nostro intestino: il cosiddetto microbioma intestinale. Negli ultimi anni abbiamo compreso sempre più che lo stato di salute di questo ecosistema è cruciale per l’intero equilibrio dell’ospite ed in definitiva per la sua salute.

Il dott. Alessio Fasano, professore di pediatria alla prestigiosa Harvard University, e presidente della fondazione EBRIS, ha, recentemente, teorizzato che uno squilibrio della popolazione microbica intestinale possa essere alla base di una cascata di eventi che, in soggetti geneticamente predisposti, ed associata ad un malfunzionamento dei meccanismi di regolazione della permeabilità intestinale, può palesarsi con una serie di stati patologici accomunati da una infiammazione cronica. Questa nuova visione apre scenari fino a pochi anni fa inimmaginabili per la comprensione ed il trattamento di patologie che ad oggi restano senza una spiegazione completa. Tra queste ci sono sicuramente i disturbi dello spettro autistico. Basti pensare che un trial clinico di qualche anno fa ha dimostrato che trattare i soggetti affetti da autismo -che presentano spessissimo anche comorbidità gastrointestinali- con un trapianto di feci da donatore sano migliora non solo la sintomatologia gastroenterica, ma anche la componente psichiatrica della malattia. Purtroppo, questo approccio, sebbene abbia dimostrato lo strettissimo legame tra il comparto intestinale e quelle celebrale, non si è dimostrato capace di produrre effetti a lungo termine, bensì il miglioramento è durato solo per poche settimane. In ogni caso questa promettente strada ha dato il la al progetto GEMMA. La commissione Europea, per mezzo del programma Horizon 2020, ha creduto in questo ambizioso ed innovativo approccio, ed ha finanziato i nostri studi per quasi 15 milioni di euro. Il consorzio GEMMA conta, al momento, oltre alla nostra azienda altre 15 tra le più influenti realtà pubbliche e private nel panorama internazionale tra cui, l’olandese Nutricia, la John Hopkins University di Baltimora, l’Imperial College di Londra, il Massachussets General Hospital for Children della Harvard Medical School, l’università nazionale dell’Irlanda, l’Institut National de la Recherche Agronomique di Parigi ed ovviamente la fondazione EBRIS. Questo variegato team di progetto ha messo a sistema le competenze nell’ambito delle diverse scienze omiche e nella comprensione delle popolazioni microbiche, per tentare di costruire un modello multiomico che possa aiutarci ad aprire una breccia nel groviglio di relazioni che portano a questa misteriosa comunicazione tra intestino e cervello. La speranza è che per mezzo di questa breccia possiamo a breve acquisire la competenza per rimodulare una sinergia compromessa, offrendo nuove prospettive terapeutiche ai nostri piccoli amici che combattono contro questa terribile condizione.

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Theoro team di ricerca

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