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Ora rinascono le idee di Achille Bertelli: l’iniziativa che raccoglie il testimone scientifico

Così il dottor Matteo Bertelli rilancia la ricerca attorno alle molecole naturali

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“Vorrei chiederle di rilasciare un intervista sulla vostra eccezionale azienda per lo sviluppo di colture cellulari per la produzione di molecola naturali”. Il dottor Matteo Bertelli ha inviato questa mail per domandare al professor Andrea Saccani di spiegarci meglio la sua realtà. Un’altra azienda spin off  che opera del complesso settore biotecnologico italiano. Anche in questo caso abbiamo optato per un viaggio a stretto contatto con i protagonisti di una vicenda, che non solo è innovativa, ma che può ispirare tanti altri per la costruzione dell’Italia del domani.

Può presentare il suo brevetto/azienda spin-off biotecnologica, il suo CV?

L’azienda nasce dopo una serie di evoluzioni di idee e progetti in ambito biotech. Se vogliamo dare un inizio a questo filone biotech dobbiamo tornare indietro nel tempo al 1993. Va premesso che di estrazione sono chimico e da sempre mi sono occupato di restauro di opere d’arte. Nel 1993 in una chiacchierata amichevole con sovraintendente di Roma, mi propone come sfida di trovare una soluzione alla restaurazione della fontana di Frascati. Forse non tutti lo sanno, ma la fontana di Frascati ha una superficie di 5000m2 e si estende per un chilometro all’interno del bosco. Naturalmente muschi, licheni ed altri organismi aggrediscono facilmente i marmi della fontana. Era pertanto necessaria una pulizia periodica (ogni 2 anni) Accetto la sommessa e così avvicino il io background chimico alle biotecnologie: la sfida era contrastare l’aggressione di sostanze viventi alla fontana. Attraverso collaborazioni specifiche con istituti per la funzionalizzazione dei materiali, arrivo a realizzare un polimero che è in grado di intrappolare il biocida ed allo stesso tempo lo trattiene dal contatto. La fontana è frequentata anche da famiglie con bambini, ed una delle sfide era trovare qualcosa che non fosse tossico per contatto o per l’ambiente. Vinta questa sfida è stata una progressione di “varianti”, che hanno visto immobilizzati, al posto dei biocidi, batteri, cellule vegetali, cellule di mammifero…. La cellula vegetale in particolare era interessante per il suo metabolismo secondario. Come chimico sono stato sempre molto attratto dalle potenzialità che hanno i sistemi naturali di produrre in modo specifico ed efficiente molecole estremamente complesse. L’idea era quindi quella di utilizzare la cellula vegetale come bioreattore per la produzione di molecole di interesse. In un primo approccio abbiamo trasformato geneticamente alcune cellule ed inserito nella cellula vegetale il gene di interesse per la produzione di proteine specifiche. Successivamente abbiamo trovato le condizioni sperimentali per poter “stimolare” a nostro piacimento le cellule e indirizzare il loro naturale metabolismo secondario, consentendoci di produrre metaboliti secondari ad alto titolo. La differenza è che il metabolita secondario è una molecola estremamente complessa che tuttavia non è codificata da un gene. Il gene codifica per una proteina e più proteine, interagendo fra loro, arrivano alla maturazione di molecole complesse: fra cui i metaboliti secondari.

Come ha sviluppato questa scoperta/azienda spin-off?

Inizialmente, come ho detto, ci serviva coltivare cellule vegetali ricombinanti per poi estrarre la proteina di interesse. In questa fase i volumi in gioco erano relativamente piccoli. La scala di laboratorio arriva fino al litro di sospensione, ed a livello industriale siamo arrivati a reattori da 5 litri. Questi volumi non consentivano tuttavia una produzione adeguata di metaboliti secondari. Aumentando la confidenza e le conoscenze legate alla coltivazione in sospensione di cellule vegetali, ed alla possibilità di stimolarle mediante elicitori specifici, abbiamo portato la scala prima a 50 litri e successivamente a 1000 litri. La sfida più difficile è stata mantenere il sistema aperto (le cellule respirano, quindi hanno bisogno di scambiare gas con l’esterno) in sterilità per 15 giorni. Si, non lo ho detto prima, ma il processo di crescita richiede tempi lunghi, per lo meno molto più lunghi di quanto avviene per cellule di mammifero o batteri. Mantenere il sistema sterile è fondamentale perché inquinamenti provocano immediatamente la perdita della capacità delle cellule di produrre il metabolita di interesse. E’ intuitivo: il metabolismo cellulare cambia se la cellula sta bene o se deve difendersi da inquinanti.

Quali difficoltà hai trovato?

Difficoltà tante, ma fino ad ora sempre superate. Intendiamoci, diverse linee cellulari che abbiamo messo su nella speranza di ottenere dei metaboliti secondari do interesse non hanno mai portato a nulla. Questo fa parte del “gioco”. Non abbiamo in mano una sistema magico. Lavoriamo sempre con un sistema vivente, e dobbiamo fare i conti con la complessità di un sistema biologico estremamente complesso e raffinato. Chi fa ricerca però sa dare valore agli insuccessi: ogni insuccesso rappresenta un modo con cui non si ottiene il risultato voluto, e continuando ad insistere, una combinazione favorevole arriva!

Cosa ha studiato per arrivare a questo punto?

Come detto io sono chimico di estrazione, poi sul campo ho studiato per osmosi i sistemi viventi (cellule). L’aspetto vincente è stato condividere la passione e la voglia di trovare soluzioni con collaboratori estremamente competenti, con un rapporto di stima e fiducia reciproca. Io potevo dare indicazioni sulle mie competenze, ma dovevo avere fiducia relativamente alle indicazioni dei miei collaboratori. Questo successo è un successo di squadra!

Chi deve ringraziare?

Il ringraziamento più grande va ai collaboratori con i quali abbiamo condiviso difficoltà, gioie, weekend in laboratorio e riunioni a volte interminabili per trovare soluzioni illuminanti. Sono uno all’antica, non ho utilizzato “scorciatoie” o “bandi” per realizzare le mie idee. Quando mi servivano competenze specifiche le ho ricercate in atenei o istituti specializzati, non importava se fossero pubblici o privati: quando hai un progetto, e ci credi, spendi del tuo per realizzarlo. Questo è quello che mi ha trasmesso mio padre. Una mentalità che arriva dalla campagna, dove devi contare principalmente sulle tue forze per realizzare i tuoi sogni.

Come vede il mondo delle biotecnologie tra dieci anni?

Oramai le biotecnologie sono trasversali su tutto. Vedo ancora molta confusione dal punto di vista borocratico/amministrativo. Ad esempio, vi racconto quello che ci troviamo quasi quotidianamente ad affrontare. Il nostro è un processo biotecnologico perché utilizza un sistema biologico (la cellula vegetale) e la fa crescere in un ambiente di laboratorio (cultura in sospensione). Da un lato la FAO, ONU ed altre organizzazioni che cercano soluzioni per garantire un accesso al cibo a tutta la popolazione mondiale, hanno identificato come possibile soluzione quella di ricorrere alla crescita di cellule in vitro per l’alimentazione umana. Ebbene noi non vogliamo creare cibo, per lo meno questa magari potrebbe essere una evoluzione dell’azienda, ma al momento vogliamo unicamente produrre degli attivi botanici (i nostri metaboliti secondari) con la tecnica delle colture cellulari vegetali, per poi recuperare la molecola di interesse ed utilizzarla come materia prima per la preparazione di integratori alimentari. Ebbene per ogni nuova linea cellulare, anche se proviene da una specie vegetale edibile, anche se non operiamo alcuna variazione genetica alle cellule, richiede la redazione di un fascicolo tecnico abbastanza articolato in cui si dimostra, con prove fatte sia in vitro che su animale, che il nostro prodotto è sicuro e può essere ingerito. Evidentemente questo appesantimento amministrativo e regolatorio tenderà a rallentare lo sviluppo che potenzialmente potrebbe avere questa branca delle biotecnologie

Come si vede tra 10 anni?

Mi vedo a fare il nonno, ma rimarrò orgoglioso di essere stato pioniere in questo ambito.

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