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L’Intelligenza artificiale è ormai realtà, ma restano irrisolte molte domande

L’intelligenza artificiale è una realtà. Facendo una rapida ricerca sul web, si nota che una parola più di altre tende ad accompagnare la narrativa sullo sviluppo delle Ia: questo termine è “accelerazione”. Gli attori politici, industriali ed economici (e chiunque essi siano in termini procedurali e non certo complottisti) che nel mondo hanno il potere di accelerare o decelerare rispetto ai processi in atto hanno deciso: l’intelligenza artificiale sta per esplodere in tutta la sua potenza. E anzi la Ia ha già iniziato ad occupare parte delle nostre vite, pure se forse non ce ne accorgiamo. E non si torna più indietro. Si pensi, a titolo esemplificativo, a quanto potrebbero essere utili i social network e le loro profilature a far allenare le intelligenze artificiali sui dati che possono essere raccolti. Ma è solo uno dei tantissimi casi che possono essere portati all’attenzione di chi legge e, più in generale, i robot, che non sono le sole Ia esistenti, sono già apparsi in più contesti socio-economici. Iniziano questo percorso divulgativo, però, potremmo incontrare un pericolo sul nostro cammino: affrontando il tema delle Ia potrebbero essere toccati un’infinità di argomenti. Se non altro perché la complessità del fenomeno è tale che interrogarsi su ogni aspetto correlato comporterebbe uno sforzo enorme. Bisogna, allora, concentrarsi su qualche specifica questione inerente al macro-tema dell’intelligenza artificiale per evitare di presentare argomentazioni vacue o comunque molto approssimative. E dobbiamo lasciare che ad aprire qualche varco divulgativo siano gli esperti migliori che ci siano in materia. 

Che esistano domande cui rispondere è lapalissiano: i rapporti tra le intelligenze artificiali e l’etica umana sono tutti da stabilire. Tra le tante riflessioni presenti in rete sul futuro delle Ia, una in particolare è balzata alle cronache nei tempi recenti: Yuval Noah Harari, storico israeliano, professore universitario e autore di tre best seller che dipingono, tra le varie cose che fanno quei tre incredibili libri, la storia futura dell’umanità, ha lanciato una sorta di allarme a 60 minutes, in un’intervista riportata da Cbs News . E ‘passata qualche settimana dall’intervista in oggetto, ma le parole dell’accademico isrealiano risuonano come molto attuali. La sintesi di Harari sembrerebbe suonare come un’avvertenza tesa a regolamentare in maniera serrata e veloce le intelligenze artificiali. Quanto esposto dallo storico sulle Ia a Cbs News, peraltro, è stato ripreso e riportato da tantissimi organi molto diversi tra loro. La domanda che viene posta da Harari non è contraddistinta da un punto interrogativo, ma somiglia di più ad un’indicazione: “Netflix ci dice cosa guardare e Amazon ci dice cosa comprare. Alla fine entro 10 o 20 o 30 anni tali algoritmi potrebbero anche dirti cosa studiare all’università e dove lavorare e chi sposare e persino per chi votare”, ha affermato, ad un certo punto, Harari. La chiamata in causa degli algoritmi svela la vera potenza nascosta dietro le Ia, che spesso noi esseri umani identifichiamo con qualche semplicistica deduzione nei robot o in qualcosa di molto simile. In realtà, sono gli algoritmi applicati alle Ia a rendere il quadro davvero complesso da dipanare. E Harari, parlando di quello che a parer suo accade già con certe piattaforme, disegna uno scenario in cui gli algoritmi potrebbero in qualche modo orientare gli esseri umani in scelte esistenziali chiave. 
 
Poi, nel prosieguo dei virgolettati ripercorsi da Cbs News, si legge quanto segue: “Sono dati su ciò che sta accadendo nel mio corpo. Quello che abbiamo visto finora, sono aziende e governi che raccolgono dati su dove andiamo, chi incontriamo, quali film guardiamo. La prossima fase è la sorveglianza che ci va sotto la pelle”. E ancora: “Una regola fondamentale – ha dichiarato Harari – è che se ottieni i miei dati, i dati dovrebbero essere usati per aiutarmi e non per manipolarmi. Un’altra regola fondamentale – ha aggiunto – è che ogni volta che aumenti la sorveglianza degli individui dovresti aumentare contemporaneamente la sorveglianza della società, dei governi e delle persone al vertice. E il terzo principio è che… non bisogna permettere mai che tutti i dati siano concentrati in un unico posto”. Lo storico israeliano non sta ventilando scenari complottisti, ma semmai sembra avvertire tutti di un rischio, suggerendo più di una soluzione che sarebbe tesa appunto a regolamentare alcune categorie di algoritmi che potranno giocare un ruolo fondamentale nel futuro dell’umanità. Insomma, le Ia, con i loro algoritmi, vanno regolamentate. E l’etica, come si vede bene dalle parole pronunciate da Harari, dovrebbe giocare un ruolo centrale, onde evitare possibili distorsioni. 
 
Arriviamo così alla proposizione che è rimbalzata di più sulle cronache internazionali: “Hackerare un essere umano significa conoscere quella persona meglio di quanto conosca se stessa. E in base a questo, manipolarti sempre di più”. Insomma, lo storico israeliano ha paventato l’eventualità che un essere umano possa essere “hackerato”? Sembrerebbe proprio di sì. Anche per questo motivo, quindi, sarebbe opportuno e necessario normare le Ia prima che prospettive apparentemente apocalittiche e di sicuro stravolgenti ed innovative compaiano senza che l’umanità se ne accorga più di tanto. 
 

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