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Il multilateralismo declinato nella vita di Albert Schweitzer

Questo periodo storico è attraversato dalla rivalutazione di una corrente di pensiero che viene definita multilateralismo diplomatico. Il G20 che si è svolto a Roma sotto la guida del premier italiano Mario Draghi è un esempio lampante di questo processo. Papa Francesco, per citare un altro dei grandi del mondo, è un altro teorico del multilateralismo diplomatico. Sin da quando è salito sul soglio di Pietro, Jorge Mario Bergoglio si è dedicato all’incontro tra culture e religioni difformi. Si tratta, in buona sostanza, di superare l’unilateralismo diplomatico (accordi firmati tra potenze simili, con interessi geopolitici simili) e le conseguenti chiusure a livello globale. Il che vale sia sul piano diplomatico sia su quello strettamente culturale e sinanco, nel caso del vescovo di Roma, su quello religioso. Gli unilateralisti ritengono inutile o deleteria la dialettica verso i propri competitor diretti, mentre i multilateralisti non credono nel fermo dominio di poche super-potenze, preferendo un contesto di competizione economico-sociale paritaria o comunque aperta al legittimo sviluppo altrui. La concezione di mondo dei multilateralisti è attraversata dall’universalità, mentre quella degli unilateralisti (o bilateralisti) è segnata da un tratto esclusivistico. Sulla base di queste poche premesse, è possibile notare come l’esperienza medico-professionale ed il pensiero di Albert Schweitzer possano essere utili per comprendere quale tipologia di direzione possano intraprendere le cose del mondo. La stessa vita di Schweitzer è, del resto, la testimonianza diretta di un dialogo costante tra visioni opposte. Una strategia che si è rivelata capace di fare della dialettica un paradigma fisso e della sintesi tra contrapposizioni solo apparentemente inconciliabili una costante. Il contrasto tra la situazione socio-economica africana e quella europea, ad esempio, è uno dei cuori pulsanti della parabola da medico e filantropo di Schweitzer, che ebbe modo di soppesare bene entrambe i contesti, con tutte le differenze del caso. Si pensi, a titolo esemplificativo, allo spartiacque tangibile, oggi come all’epoca, tra la situazione dell’Alsazia, terra originaria di Schweitzer, e quella del Gabon, principale meta missionaria. E questo solo per presentare un esempio che sfiora il metaforico. Ma tutta la vita del musicologo franco-tedesco è stata contraddistinta da una ferma volontà: consentire agli opposti di sedere allo stesso tavolo. Quando Schweitzer si è speso contro la minaccia nucleare, e questo è il vero cuore dell’azione multilaterale del filantropo, ha domandato ad entrambe le super-potenze di mettere da parte un pezzo del loro dominio: “Attualmente siamo costretti a considerare la minaccia di una guerra atomica tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Basterebbe una sola mossa per evitarla: le due potenze dovrebbero rinunciare contemporaneamente alle armi nucleare”, ha affermato Schweitzer durante la Guerra Fredda. “Parlare” è l’imperativo categorico di una strategia che punta ad evitare le rotture ed a favorire l’emersione della via mediana. Pure in materia religiosa l’impostazione di Schwietzer non è mai cambiata: ha sempre parlato tanto con i cattolici quanto con i protestanti, senza mai sfociare in fanatismi o in declinazioni ideologiche. Il dovere, per Schwietzer, è quello di contribuire allo sviluppo sociale e materiale della società. E questo è possibile – questo il convincimento teoretico – solo attraverso un’architettura multilaterale. 

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