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Tra giornalismo e divulgazione: la battaglia per riconoscere i comunicatori scientifici

Daniele Chignoli è la mente che si occupa della parte giornalistica del progetto BioPills, che abbiamo già avuto modo d’incontrare e che avremo modo d’incontrare ancora. Tra parabole evolutive che riguardano tanto la divulgazione quanto il giornalismo scientifico, Chignoli, che attraverso queste sue risposte fornisce uno spaccato esaustivo della strada percorsa dal mondo divulgativo in Italia ma non solo, si distingue per aver lanciato un appello teso al riconoscimento ufficiale della figura del comunicatore scientifico. Una “battaglia”, per così dire, che ci sentiamo di condividere. 

Lei ha un approccio giornalistico alla divulgazione scientifica: è corretto?

“Sì, diciamo che al momento la parte di lavoro divulgativo che faccio online è soprattutto per iscritto e con modalità tipicamente giornalistiche come l’intervista. Questo è funzionale ad alcune delle attività di BioPills ma si spiega anche con le circostanze, nel senso che quando ho deciso di dotarmi di una formazione teorica a supporto di quella pratica stavo lavorando a tempo pieno in Germania e quindi non potevo seguire corsi in presenza. Ho scelto il master in Giornalismo Scientifico e Comunicazione Istituzionale della Scienza dell’Università degli Studi di Ferrara, che è stato un buon compromesso perché totalmente a distanza e convivibile con un lavoro a tempo pieno. Per raggiungere questa agilità, il programma di quel master è volutamente limitato agli ambiti, appunto, del giornalismo scientifico e della comunicazione istituzionale e questo ha caratterizzato le mie competenze in tal senso.Però sono molto curioso di esplorare anche gli altri ambiti della divulgazione e quindi intendo continuare a formarmi vita natural durante”. 

Divulgare e fare giornalismo sono cose diverse ma complementari?

“Dipende cosa si intende con giornalismo. Per quel che mi riguarda il giornalismo scientifico e la divulgazione sono due aspetti molto affini di un medesimo spettro di attività comunicative. C’è questo mito della comunicazione che si potrebbe limitare a veicolare solamente i contenuti, mito che forse deriva dalla forma mentis rigorosa tipica di chi ragiona in modo scientifico. Non è vero, in ogni atto di comunicazione chi ci scrive, o ci parla, che ne sia conscio o meno ha un suo obiettivo, seleziona con un proprio criterio i contenuti da comunicarci e assieme a loro ci veicola una sua visione del mondo. O, nel caso della divulgazione, di come dovrebbe essere il rapporto tra scienza e società. In questo la divulgazione ha molto del giornalismo, che storicamente rappresenta uno strumento per fornire ai lettori non dei fatti “nudi” ma le loro narrazioni, capaci di calarli nel loro contesto e di veicolare schemi di lettura e di interpretazione di quei fatti. Se vogliamo la differenza è che il giornalismo lo fa esplicitamente e la divulgazione, invece, in modo implicito e, dicevo, spesso inconsapevole. Il giornalismo scientifico, inoltre, almeno in linea di principio condivide con gli altri aspetti della comunicazione scientifica la conoscenza del metodo con cui la conoscenza oggettiva del mondo viene prodotta e aggiornata. La “venerazione del dato”, insomma, e senza i dati non possono esistere nemmeno interpretazioni e schemi di lettura che, sembra inutile ribadirlo, sui dati si devono fondare. Il giornalismo non scientifico può avere un differente rapporto coi dati e si muove in ambiti in cui può essere funzionale a tutelare interessi di natura economica e politica, per cui da questo punto di vista la parentela tra i due giornalismi è solo relativa agli strumenti e alle pratiche professionali comuni”. 

Cosa significa fare la “guida naturalistica” e l” “animatore scientifico”?

“Per me significa essere a contatto diretto con il pubblico e divertirmi un sacco. Breve spiegazione per chi non conosce queste professioni: si tratta di persone con una formazione scientifica che accompagnano i bambini a fare gite nel bosco, che conducono le classi all’interno di parchi tematici – io l’ho fatto al Parco della Preistoria e al Parco Ittico Paradiso – che gestiscono visite a mostre o laboratori rivolti al pubblico di grandi eventi come il Festival della Scienza di Genova. E durante queste scampagnate, visite e attività varie, queste persone spiegano le meraviglie della natura, mostrano il funzionamento della fotosintesi in una foglia, fanno divertire i bambini a portare alla luce dei “fossili veri”, introducono le famiglie agli aspetti meno noti dell’anatomia degli animali o del loro ciclo vitale. insomma, si tratta di lavori stagionali, inevitabilmente dipendenti nel loro svolgimento dal calendario scolastico e, spesso, dalle condizioni meteo, ma che permettono di mettersi alla prova direttamente con i propri pubblici e misurare le proprie capacità divulgative e le tecniche da usare per migliorare la propria efficacia in base a come rispondono. Si possono trarre delle grandi soddisfazioni in questo modo, come quando ho realizzato di essere molto bravo coi bambini e quando, al termine delle spiegazioni a un pubblico adulto al Festival della Scienza di Genova, ho ricevuto i miei primi applausi”. 

Qual è il suo ruolo nel progetto di BioPills?

“Sono il collaboratore di più lunga data attualmente in attività, da quando Giordano Licari mi ha contattato sulla mia pagina divulgativa del tempo, “La Scienza in Pillole”. Quando è arrivata la prima fase di successo, molti lettori e molti scrittori, ci siamo dati un’organizzazione interna e Giordano ha scelto me e altri collaboratori in base all’apporto che avevamo già dato al progetto e alle rispettive “aree tematiche”. Con noi ha istituito una redazione che si occupa della revisione degli articoli dei collaboratori sia dal punto di vista dei contenuti che dell’aderenza al format che abbiamo scelto per ogni categoria di articoli. In particolare revisiono i pezzi, torniamo al discorso della prima domanda, di stampo più giornalistico e rivolti al pubblico generalista e anche una sezione di contenuti più tecnici, rivolta invece ai professionisti nelle scienze della vita. In prima persona animo invece una rubrica, “Un lavoro da Biologo”, con la quale intendo fare orientamento alla professione per studenti e laureati. Nel corso del mio percorso professionale, dalla laurea a oggi, ho riscontrato che c’è un gran bello scollamento tra ciò che ci si aspetta di fare dopo una laurea in Biologia, Biotecnologie o Scienze Naturali (spesso le idee, oltre che errate, non sono nemmeno chiare) e i lavori che poi si trova effettivamente a svolgere un laureato in Scienze della Vita. Io cerco di colmare questo gap e mostrare che, dopo tutto, non ci va così male. Siamo, infatti, molto polivalenti e possiamo spendere le nostre competenze in molti modi diversi”. 

Come evolverà l’intreccio tra comunicazione scientifica e divulgazione?

“Bella domanda, nessuno prevede il futuro e quindi sono costretto ad aggiustare il tiro dicendo ciò che io spero accadrà. Partiamo da una serie di constatazioni. Un tempo c’era solo il grande Piero Angela, che dagli schermi televisivi rapiva la nostra attenzione e la nostra meraviglia con il suo programma Super Quark. Poi è stato il momento di quelli che chiamo “divulgatori della prima generazione”, che ancora fanno scuola: singole personalità polivalenti che scrivono libri, firmano articoli su giornali prestigiosi, tengono conferenze e investono molto sulla promozione personale per diventare nomi noti. Attualmente, secondo me, sta fiorendo la seconda generazione di divulgatori, che puntano meno a vendersi come personaggi e più a costruire realtà nuove negli spazi tipici della modernità, come il web e i social. BioPills non è certo l’unica realtà in tal senso, esistono molti altri gruppi che si ispirano al nostro stesso modello, e questo testimonia come minimo due cose: con la “seconda generazione” i divulgatori sono più numerosi che mai e trovano un riscontro consistente da parte del pubblico. Un’altra constatazione è che non si tratta di autodidatti che fanno divulgazione per hobby con il rischio di fare danno. Tutt’altro, c’è una offerta formativa sempre più ricca da parte delle università che aiuta questi professionisti della comunicazione scientifica ad armarsi dei giusti strumenti teorici e dei giusti metodi. Ci si aspetterebbe, quindi, che questa folta schiera di professionisti formati con la pratica e raffinati con la teoria sia adeguatamente riconosciuta a livello ufficiale come un riferimento per quanto riguarda la comunicazione scientifica. Non è così. Questo stesso anno, in piena pandemia, un’istituzione scientifica come l’Agenzia Italiana del Farmaco è stata ancora capace di esporre un bando per il reclutamento di funzionari della comunicazione che, per requisito, richiedeva solamente  lauree di carattere umanistico. Ecco, il mio auspicio per il futuro – per il quale ho lanciato anche un appello pubblico, proprio a partire dalla situazione che ho appena raccontato – è che le istituzioni smettano di fare questo errore sistematico e riconoscano i comunicatori scientifici tutti come un’importante risorsa da impiegare contro la disinformazione e a favore della promozione delle politiche pubbliche di carattere scientifico”. 

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