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“Il mio percorso nella divulgazione scientifica”

La divulgazione scientifica è ormai a pieno titolo una branca del sapere. Tanti giovani professionisti, in specie durante l’avvento della pandemia, hanno iniziato a divulgare sapere attraverso i new media. Il dottor Stefano Bertacchi è di sicuro uno di loro. Peraltro, leggendo l’intervista che ci ha concesso, scopriamo come il nostro interlocutore la pensi come noi sulla figura del biotecnologo, facendo presente come questa professione, almeno per l’Italia, debba ancora farsi conoscere. E magari – aggiungiamo noi – raggiungere forme di maggiore tutela. 

Link al profilo del dottor Bertacchi

Com’è iniziata la sua attività di divulgatore scientifico?

La mia attività di divulgazione scientifica parte che due strade parallele legate a strategie diverse sul come parlare di scienza. Da un lato ho lavorato per la scuola online Oilproject (oggi WeSchool), scrivendo lezioni di biologia e chimica principalmente. In parallelo mi sono trovato a fare attivismo sul tema della sperimentazione animale, evidenziandone l’importanza, per poi fondare un’associazione con lo scopo di affrontare la disinformazione anche su altri temi, quali gli OGM e i vaccini. Successivamente la pubblicazione del mio primo libro “Geneticamente modificati – viaggio nel mondo delle biotecnologie” (Hoepli 2017) e l’uso maggiore dei social media hanno fatto il resto.

Su quali temi ed ambiti si concentra di solito?

Tendo a spaziare abbastanza, ma le biotecnologie sono l’ambito primario. Affronto il mio settore di ricerca ovvero le biotecnologie industriali, gli OGM e la microbiologia. Non disdegno però di affrontare temi legati alle scienze della vita o scientifici in generale, per sconfinare anche nella geografia e nella storia.

Ci descriva il suo percorso professionale.

Sono laureato in biotecnologie industriali e ho un dottorato in tecnologie convergenti per i sistemi biomolecolari, entrambi ottenuti presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca, dove attualmente sono post-doc, occupandomi per ricerca dello sviluppo di bioprocessi basati su biomasse residuali. Per quanto riguarda la divulgazione, spicca la pubblicazione di due libri, ultimo dei quali “Piccoli geni – alla scoperta dei microrganismi” edito da Hoepli nel 2021.

Cosa ne pensa dello stato degli studi sul biotech nel nostro Paese?

L’Italia sta certamente puntando sulle biotecnologie, soprattutto quelle mediche e industriali, queste ultime sull’onda lunga dello sviluppo della bioeconomia. Le biotecnologie vegetali sono indubbiamente svantaggiate in quanto penalizzate dall’ostracismo italiano nei confronti degli OGM. In linea di massima il problema è che in Italia la figura del biotecnologo è ancora un po’ ignota, difficilmente inquadrabile a causa della sua natura interdisciplinare.

Com’è cambiata la divulgazione con la pandemia?

E’ sicuramente diventata più digitale, con l’uso massiccio di social media per veicolare messaggi veloci e diretti. Questo in mancanza di eventi fisici organizzabili. Purtroppo c’è stata anche abbastanza confusione, soprattutto dai membri della comunità scientifica, che hanno dimostrato poca capacità comunicativa.

Come si vede tra dieci anni?

Faccio davvero fatica a fare piani così a lungo termine, tuttavia spero di essere in una posizione tale da poter mettere la mia competenza al servizio della comunità locale, nazionale e globale, mantenendo la mia doppia funzione di scienziato e divulgatore scientifico.

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