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Due nuove speranze per l’Alzheimer

Il tema è comprendere se l’Alzheimer possa essere intercettato prima della sua effettiva comparsa. Anzi, questa è solo una delle domande cui la scienza sta cercando di replicare. E con un’insistenza davvero encomiabile. Sappiamo quanto sia problematico affrontare un morbo che può essere davvero grave e che ad oggi sembra permanere, almeno in parte, nell’ombra da un punto di vista medico-scientifico. Nel corso delle ultime settimane, è risuonata ed è stata scritta la parola “speranza”. Un termine che abbiamo letto in relazione a più aspetti, per quanto tutti riguardino proprio l’Alzheimer e le prospettive di diagnosi e cura. Andiamo con ordine. Qualche giorno fa l’Ansa ha riportato una notizia relativa ad un vaccino sperimentale: “AADvac1 – si legge – è risultato sicuro e ben tollerato ma ancora non adeguatamente efficace contro la degenerazione cognitiva e capace di sortire un qualche effetto apprezzabile sul quadro cognitivo solo su sottogruppi di pazienti”, come può essere approfondito sull’agenzia sopracitata. Siamo ancora nel campo degli esperimenti, però già associare il termine “vaccino” alla malattia in oggetto costituisce un possibile passo in avanti decisivo. Si starebbe provando ad influire sull’attività di una delle proteine indiziate nei processi legati all’Alzheimer. Non è ancora il caso di esultare, ma gli studi di Petr Novak di AXON Neuroscience CRM Services SE – quelli che hanno avuto spazio su Nature Aging – hanno meritato le cronache internazionali. E non solo quelle inerenti alle pagine medico-scientifiche. Ma dicevamo della parola “speranza” risuonata più volte, dunque per più motivi. La seconda possibile grande novità – come ripercorre invece altraeta.it – riguarda invece la ricerca italiana, che come sempre si distingue in maniera pionieristica. Ad aver preso parte allo studio, in questa circostanza, sono stati l’Irccs Santa Lucia, l’Università Campus Bio-Medico, l’Università di Torino, ma pure l’istituto universitario di Cardiff. Bene, gli scienziati hanno lavorato in modo certosino per capire se potesse esistere un modo d’anticipare in linea temporale la diagnosi d’Alzheimer, e sembra che le risultanze siano più che promettenti. L’esito delle ricerche, che ha trovato spazio sul Journal of Alzheimer’s Disease, si è soffermato sul legame tra la malattia in oggetto ed alcuni meccanismi dopaminergici. Insomma, sembra persistere la speranza di arrivare alla diagnosi dell’Alzheimer prima che il morbo diventi evidente. Ventiquattro mesi prima? Quello è il tempo del monitoraggio degli studiosi che hanno avuto modo di riscontrare una progressione della malattia, con tutto quello che ne potrebbe conseguire in termini di prevenzione. Speranze, appunto, che speriamo possano avere effetti concreti in breve tempo.

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