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Ora rinascono le idee di Achille Bertelli: l’iniziativa che raccoglie il testimone scientifico

Così il dottor Matteo Bertelli rilancia la ricerca attorno alle molecole naturali

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Cbd, una molecola “multi-target” che promette bene

Il professor Vincenzo Di Marzo, che è di sicuro annoverabile tra i ricercatori che hanno dato prestigio alla scienza italiana, si è occupato anche del meccanismo d’azione del CBD, molecola di cui tanto si parla di questi tempi. Il professore, come apprendiamo sul sito dell’ICB, è “direttore di ricerca presso l’Istituto di Chimica Biomolecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche (ICB-CNR) di Pozzuoli, Italia, e Canada Excellence Research Chair on the Microbiome-Endocannabinoidome Axis in Metabolic Health (MEND) dell’Università Laval, Quebec, Canada”. Sulla stessa fonte vengono poi elencati numerosi altri incarichi che testimoniano la centralità scientifica dell’accademico che abbiamo deciso d’intervistare e che ci ha fornito uno spacccato complessivo su quella che sembra essere una molecola promettente per ambiti diversi tra loro. Per approfondire il tema, consigliamo la lettura e lo studio della pubblicazione scientifica da cui siamo partiti per affrontare la questione con il professor Di Marzo.

Quale rapporto tra cannabinoidi e disordini neurologici?

Ancor prima della scoperta dei suoi recettori nei mammiferi e nell’uomo, e sulla base di dati aneddotici sull’uso della marijuana, che ne contiene quantita’ relativamente elevate, si é ipotizzato che il THC (delta9-tetraidrocannabinolo), il principale “cannabinoide” psicotropo dei preparati ricreativi della cannabis, potesse alleviare alcuni sintomi della sclerosi multipla, della sindrome di Tourette, del morbo di Huntington e del Parkinson. In seguito, quando la comprensione del meccanismo d’azione del THC ne ha consentito lo studio clinico, purtroppo molte di queste speranze su questa molecola sono svanite. Ne rimane l’uso, alquanto efficace se in combinazione con il cannabidiolo (CBD), per la spasticita’ ed i tremori nella sclerosi multipla e, presumibilmente per altri tipi di spasticita’. Un farmaco basato su estratti botanici standardizzati contenenti eguali quantita’ di THC e CBD e’ infatti approvato e disponibile in Italia ed in moltissimi altri paesi con questa indicazione. In seguito, anche un farmaco basato sul solo CBD di origine botanica e’ stato clinicamente testato con successo contro alcune forme genetiche ed intrattabili di epilessia infantile, ed e’ ora commercializzato sia negli USA che in Europa, Italia inclusa. Studi sono ora in corso per estendere l’uso del CBD, che non e’ né psicotropo né euforizzante, e quindi puo’ essere somministrato in dosi piu’ alte del THC, per alcune patologie neuropsichiatriche, quali la schizophrenia e l’autismo.

Di cosa si occupa il vostro studio?

“Noi abbiamo contribuito a comprendere il meccanismo d’azione del CBD che, differentemente dal THC, non attiva direttamente i recettori CB1 (molto abbondanti nei neuroni e nel cervello) e CB2 (molto abbondante nelle cellule del sistema immunitario, incluse quelle residenti nel cervello, ovvero le cosiddette cellule microgliali, coinvolte in processi neuroinfiammatori). Piuttosto, il CBD si comporta da molecola “multi-target”, interagendo con diversi altri bersagli molecolari presenti, tra l’altro, nei neuroni e nei microglia”.

Quali risultanze specifiche avete avuto?

“Come spesso si verifica con molecole naturali, in grado di modulare blandamente l’attivita’ di piu’ bersagli molecolari, il CBD é poi risultato molto efficace contro l’epilessia e la schizofrenia e, in modelli animali sperimentali, anche contro forme di autismo, morbo di Alzheimer, ansia e depressione. Si tratta di studi clinici e preclinici che non sono stati condotti da noi bensi’ da altri laboratori nel mondo , anche se partendo, tra l’altro, dai nostri dati sull’azione multi-target in vitro del CBD. Nel nostro laboratorio del CNR abbiamo invece scoperto che il CBD potrebbe essere utile per alcune malattie degenerative del muscolo scheletrico, quali la distrofia muscolare di Duchenne”.

Che margini vedete per lo sviluppo scientifico delle proprietà del Cbd?

“Si tratta sicuramente di una molecola relativamente sicura e molto promettente, anche per altri disturbi neuropsichiatrici, neurologici e neuroinfiammatori (o infiammatori in generale), anche se bisognera’ risolvere il problema della sua bassa biodisponibilita’ che costringe ad utilizzarne dosi molto alte”.

Cosa ne pensa dello stato di salute degli studi attorno alle molecole naturali in Italia?

“Storicamente, i ricercatori Italiani sono stati sempre protagonisti nella scoperta di nuove molecole di origine naturale, a partire sia da piante che organismi marini. A Napoli, ad es., esiste un’ottima tradizione di chimici organici molto attivi in questo campo, sia all’Universita’ che al CNR. In molti casi, si e’ poi anche contribuito a comprendere le potenzialita’ terapeutiche di queste molecole naturali, attraverso studi di farmacologia e modellistica molecolare. Infatti, quando si scopre una nuova molecola, una volta identificata la sua corretta struttura chimica (cosa assolutamente non banale ma di fondamentale importanza), la prima sfida e’ capirne l’attivita’ biologica, in vitro e poi in vivo”.

Avete compiuto altri studi in merito?

“Come dicevo, abbiamo contribuito a capire il meccanismo molecolare d’azione del CBD e di altri cannabinoidi non-euforizzanti, ma anche di molecole simili alla capsaicina, il principio pungente dei peperoncini piccanti, che pure viene molto utilizzata nella farmacopea internazionale, ed e’ alla base di alcuni farmaci approvati.

Che cosa sono gli endocannabinoidi?

“Sono piccole molecole lipidiche prodotte dalla cellule animali, e quindi ENDOgene, e in grado di attivare i due recettori del THC, un CANNABINOIDE. I piu’ studiati sono l’anandamide e il 2-arachidonoilglicerolo (2-AG), scoperti dal Prof. Mechoulam in Israele. Il mio gruppo di ricerca ha contribuito da capire i meccanismi attraverso i quali essi sono biosintetizzati ed inattivati dalla cellule, e a sviluppare metodi analitici per misurarne la concentrazione nei liquidi e tessuti biologici, in svariate condizioni fisiologiche e patologiche. Gli endocannabinoidi hanno una struttura chimica diversa dal THC, piu’ flessibile ed in grado di interagire anche con altri recettori. Noi abbiamo contribuito a scoprire che gli endocannabinoidi, e l’anandamide in particolare, possono attivare anche i recettori della capsaicina (una molecola vanilloide) e quindi comportarsi anche come “endovanilloidi”. Tali recettori, noti come TRPV1, svolgono ruoli importantissimi nelle cellule dei mammiferi, ma appartengono alla classe dei canali cationici di membrana, e quindi sono diversi dai recettori CB1 e CB2, che sono « G protein-coupled receptors »”.

Che ruolo svolgono?

“Gli endocannabinoidi/endovanilloidi sono praticamente prodotti da quasi tutte le cellule del nostro corpo e coinvolti nel controllo di tutte le sue funzioni fisiologiche, e quindi intervengono, quando malregolati, anche in quasi tutte le condizioni patologiche che possono affliggerlo. Si tratta di mediatori locali (autocrini e paracrini) che regolano la funzione e/o la concentrazione di altri segnali chimici (neurotrasmettitori, citochine, ormoni, neuropeptidi e peptidi segnale, ecc.), in genere col fine ultimo di controllare l’omeostasi di una cellula, tessuto, organo od organismo, e restaurarla all’instaurarsi di condizioni patologiche che la perturbano. Ora stiamo attivamente investigando anche la relazione tra gli endocannabinoidi (e altre molecole endogene ad essi collegate) ed un altro sistema complesso che ci aiuta moltissimo a regolare l’omeostasi, ovvero il microbiota intestinale. Cio’ ci sta portando a capire come il sistema degli endocannabinoidi possa essere regolato da fattori nutrizionali ed ambientali, sia direttamente che attraverso la sua relazione con il microbiota stesso”.

Un giudizio complessivo sullo stato attuale delle vostre ricerche.

“Credo di poter dire senza falsa modestia che il mio gruppo di ricerca abbia giocato un ruolo molto importante, anche ampiamente riconosciuto a livello internazionale, nella comprensione del ruolo fisiopatologico degli endocannabinoidi e del loro meccanismo d’azione, cosi’ come di quello della loro controparte « botanica », ovvero i cannabinoidi da cannabis. Cio’ ha contribuito, assieme al lavoro di tantissimi altri laboratori Italiani ed internazionali, ad identificare nuove strategie per lo sviluppo di nuovi potenziali farmaci per svariate malattie, anche rare, che ancora non vengono lenite in maniera efficace. Speriamo di continuare cosi’ anche in futuro, nonostante i tanti problemi (di scarso finanziamento pubblico e burocratici) che ancora ostacolano lo sviluppo della ricerca scientifica, di base ed applicata, in Italia”.

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