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Perché è possibile credere in Dio e nella scienza

Fede e scienza sono incompatibili: la cultura contemporanea propende per questa certezza. Forse anche per via del trionfo della secolarizzazione e di un pensiero – quello fondato sull’ateismo positivista – che non ammette la possibilità di non comprendere l’esistente, figurarsi ciò che non è neppure visibile (e che dunque non può esistere). La storia della scienza contemporanea ci insegna tuttavia che la straordinarietà dei risultati scientifici conseguiti accompagna spesso le vite e le convinzioni di grandi scienziati verso Dio. Le tre parabole che abbiamo scelto di sintetizzare costituiscono prove significative di come scienza e fede – checché ne dica la cultura contemporanea – possano procedere in parallelo. 

La critica all’ “ateismo scientifico” di Martin Nowak

Perché dare per scontata l’inesistenza di Dio scavalca la scienza

Una fotografia di alcuni grandi scienziati non può che essere utile per i lettori di biotecnologie-news. Martin A. Nowak, che è nato nel 1965, sta ancora fornendo il suo incredibile contributo alla progressione scientifica mondiale. Nowak è noto, peraltro, per essere un cattolico, dunque un credente. Un altro caso, dunque, di scienziato che non ha affatto negato l’esistenza di Dio. Anzi, nelle analisi di Nowak si intravede una critica all’ateismo, che nel pensiero del professore di biologia e matematica, oltre che direttore del Programma per la dinamica evolutiva presso l’Università di Harvard, assume, in talune circostanze, un carattere “scientifico”. Esisterebbe insomma una forma di ateismo che parte da un modello teoretico preliminare, che non consente appello. Qualcosa di prestabilito.  Nowak presente invece una visione opposta, che si declina pure nella necessità di leggere in maniera positiva il ruolo svolto dalle religioni: “Vedo gli insegnamenti delle religioni – ha detto lo scienziato in una intervista al New Scientist, “The mathematics of being nice“, il  21/03/11 – come la promozione verso un comportamento altruistico, di amore e perdono. Quando si guarda ai modelli matematici dell’evoluzione della cooperazione – ha aggiunto il biologo – , troviamo che le strategie vincenti devono essere generosità, speranza e perdono. Ora, per la prima volta, possiamo vedere queste idee in termini matematici. Chi avrebbe mai pensato che si potesse dimostrare matematicamente che, in un mondo dove tutti pensano a sé stessi, la strategia vincente è quella di essere clementi e che chi non riesce a perdonare non potrà mai vincere?”. Sono i modelli matematici, quindi, a stabilire che chi è altruista trionfa. Di rimando, gli stessi modelli matematici bocciano l’egoismo come viatico per traguardare i risultati. L’altruismo, che è alla base di buona parte delle religioni, è un insegnamento che la scienza ha avallato, e anzi configurato come qualitativamente superiore in termini di benefici. Ma non è tutto. Perché sempre in alcuni aforismi – possiamo considerarli tali – ad opera di Martin A. Nowak è possibile riscontrare i perché della critica a quello che definisce “ateismo scientifico”: “L’ateismo scientifico – ha argomentato lo scienziato in “Dio oggi. Con lui o senza lui cambia tutto”, Cantagalli 2010, p. 201,202, come riporta sempre ontologismi.wordpress.com – è una posizione metafisica, che va oltre un’interpretazione puramente scientifica dei dati a nostra disposizione”. Pensare all’ateismo come all’unica realtà possibile, in buona sostanza, significa partire da un assunto metafisico: non vi è, ad oggi, la prova provata della inesistenza di Dio. E quindi postulare l’inesistenza di un’entità altra costituisce atto di fede metafisico, che avrebbe poco di scientifico, come sembra evidenziare Nowak.

 

Brian Kobilka, il premio Nobel per la chimica che crede in Dio

Un altro esempio di scienziato che crede nella compatibilità tra fede e scienza

Il nome di Brian Kobilka può non dire molto a chi non si occupa di scienza, medicina e biochimica. Solo in quel caso o quasi può esservi una giustificazione della mancata conoscenza di una figura – un’altra – che non rifiuta affatto la possibilità di una concordanza tra la fede religiosa e l’ innovazione scientifica. Kobilka è un biochimico – come riporta Wikipedia distintosi per aver vinto il premio Nobel per la chimica nel 2012. Come nel caso di Martin Nowak – un altro scienziato in odore di premio Nobel – , ci troviamo dinanzi a un uomo di scienza che ha aderito alla confessione religiosa cristiano-cattolica. Una volta completati gli studi, Kobilka ha stupito il mondo, con l’ausilio e la partecipazione di R. J. Lefkowitz, suo mentore e cootitolare della vittoria del Nobel nel 2012, concentrandosi sui recettori umani in generale e, nello specifico, come evidenziato pure sul sito della Enciclopedia Treccani , sui recettori “mu”, ossia su quei recettori che interessano tanto le sensazioni dolorifiche quanto quelle legate al piacere degli esseri umani. Le scoperte del biochimico, che ha origini prussiane, hanno fatto sì che la fama di scienziato lo precedesse. Kobilka rappresenta tuttavia un’altra esemplificazione di come scienza e fede possano coesistere, all’interno di un’esistenza costellata dalla meticolosità scientifica e dal contributo alla progressione della consapevolezza umana in termini razionalistici. Non c’è, in fin dei conti, contraddizione tra il credere in Dio e lavorare quotidianamente al progress scientifico: qnche la parabola esistenziale e scientifica di Kobilka costituisce una prova di questo assunto. Al momento – come rimarcato da ontologismi.wordpress, Kobilka si è concentrato pure sul biotech, settore in cui ha fondato una società. Noi di biotecnologie-news abbiamo contezza di quanto le biotecnologie e le nuove tecnologie stiano modificando la società odierna. Nel contempo, il biochimico originario di Little Falls è stato anche inserito nell’elenco dei membri della National Academy of Sciences. Un altro riconoscimento formale per un uomo che – come fanno presente molte delle fonti sopracitate – ha sfruttato la cristallografia ai raggi X per poter conseguire i risultati di cui oggi si parla con continuità. Tra i vari aspetti che è possibile notare in relazione agli studi di Kobilka – quelli che possono influire sul corso scientifico di questo o di quel settore – , c’è di sicuro quello che rileva in farmacologia. Il fatto di aver compreso il funzionamento dei recettori che interagiscono con la proteina G – del resto, così come spiegato all’epoca dagli articoli che si sono occupati della vittoria del Nobel nel 2012, ad esempio l’articolo del quotidiano spagnolo La Vanguardia  – ha comportato la possibilità di immaginare cambiamenti e di proporre soluzioni sostanziali ed in un certo senso rivoluzionarie in farmacologia. Non è raro, allora, imbattersi nella storia divulgativa di Kobilka, notando la presenza dell’espressione “farmaci del futuro”. Kobilka è l’uomo che, assieme al maestro R. J. Lefkowitz, ha consentito all’umanità di comprendere qualcosa in più su sensazioni quotidiane. Quelle per esempio prodotte dall’adrenalina.

Francis Collins, il genetista cattolico che studia il “linguaggio di Dio”

Lo scienziato a capo del team che ha decifrato il genoma umano

Francis Collins  è lo scienziato cattolico contemporaneo per antonomasia. La parabola esistenziale del genetista americano è emblematica per l’epoca moderna. Se non altro perché è in grado di raccontare di come la scienza ritenga di non poter procedere senza la sussistenza metafisica dell’esistenza di Dio. Questo, almeno, sembra essere il cuore del pensiero di Collins, che ha presieduto il team di ricerca deputato a decifrare l’intero genoma umano. Quel sequenziamento – qui c’è un bell’approfondimento di Focus che risulta davvero utile a comprendere cosa e come accadde intorno all’opera che è stata capace di decifrare il nostro genoma risale ormai a più di un ventennio fa, ma le cronache non smettono di stupirsi per i risultati conseguiti. Si tratta forse del progetto scientifico più ambizioso tra quelli realizzati durante l’era della rivoluzione tecnologica, che è poi la nostra, in campo medico-scientifico. E chi lo ha realizzato? O meglio: chi ha contribuito, con il suo coordinamento, a portare a casa il risultato? Non uno scientista. Non – utilizzando un’espressione cara a Martin Nowak – un propugnatore dell'”ateismo scientifico”. Ma chi è e cosa pensa il genetista americano originario della Virginia che l’ex pontefice tedesco Benedetto XVI ha voluto come membro attivo della Pontificia Accademia delle Scienze? E perché l’eventualità che uno degli artefici del progetto più innovativo tra quelli genetici sia un cattolico può apparire in controtendenza rispetto all’assunto secondo cui scienza e fede debbano camminare distanti l’una dall’altra? Collins non è solo un cattolico: il genetista americano ha, con la sua opera “Il linguaggio di Dio”, posto una pietra miliare nel campo della comprensione del “parlato” che proviene dall’Alto. A titolo esemplificativo, si ricorderà di come Joseph Ratzinger abbia elevato la matematica o la musica a mezzi linguistici propri di Dio. E se il genoma umano fosse una delle prove comunicative, logiche e razionali dell’esistenza divina? Di sicuro la vicenda di Collins dimostra che si può essere scienziati e credenti al contempo, senza cadere in contraddizione. Collins è un convertito. Come riporta il sito ChiesadiRoma.it, lo scienziato americano si è detto “sbalordito” quando ha scoperto “l’eleganza del codice genetico umano. Mi resi conto – ha aggiunto – di aver optato per una cecità volontaria e di essere caduto vittima di arroganza, avendo evitato di prendere seriamente in considerazione che Dio potesse rappresentare una possibilità reale (F. Collins, “Il linguaggio di Dio”, Sperling & Kupfer 2007, pag. 20-22)”. Sempre approfondendo sulla medesima fonte, è possibile rintracciare un’ulteriore considerazione di Collins. Un ragionamento a tutto tondo capace di spiegare la visione complessiva del genetista statunitense: “Per me – racconta Collins – l’esperienza di sequenziamento del genoma umano, e la scoperta del più imponente di tutti i testi, è stato un sorprendente risultato scientifico e un’occasione di preghiera. Molti saranno sconcertati da questi sentimenti, partendo dal presupposto che un rigoroso scienziato non debba anche essere un serio credente in un Dio trascendente. Questo libro (“Il linguaggio di Dio”, ndr) si propone di sfatare tale concetto, sostenendo che la fede in Dio può essere una scelta del tutto razionale, e che i principi della fede sono, infatti, complementare ai principi della scienza”. La parola chiave diviene dunque complementarietà, che sembra poi essere il risultato che accomuna tanti studiosi che si sono avvicinati a Dio, partendo dal metodo e dalle risultanze scientifiche. La riflessione sul sequenziamento del genoma interpretato alla luce di una “opportunità di preghiera” deriva – come riporta sempre ChiesadiRoma.it – dal medesimo libro a firma di Collins di cui abbiamo accennato in quest’articolo.

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