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Ora rinascono le idee di Achille Bertelli: l’iniziativa che raccoglie il testimone scientifico

Così il dottor Matteo Bertelli rilancia la ricerca attorno alle molecole naturali

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Raddoppiare la vita delle valvole cardiache: Bci, che sta per  BioCompatibility Innovation, è un’azienda già balzata agli onori delle cronache nazionali (e non solo) per via di risultati  che non possono che interessare il settore del biotech da vicino. Il nostro viaggio tra le start-up che in Italia si stanno distinguendo per innovazione tecnologica passa così dalla provincia di Padova, dove lavora il dottor Alessandro Gandaglia, lo studioso che ci ha concesso questa intervista, nonché l’amministratore delegato di Bci. Quanto messo in campo dalla Bci è già – come apprendiamo – all’attenzione di realtà internazionali. Siamo dinanzi a un’eccellenza italiana cui guardano insomma con favore anche all’estero. Una sensazione che abbiamo avuto spesso durante questi mesi.

 

– Cosa ne pensa dello stato di salute del biotech in Italia?

Partiamo dal presupposto che non sono un analista ne tantomeno membro di associazioni di categoria, posso esprimere la mia personale opinione basandomi sul vissuto di ogni giorno, sull’esperienza quotidiana sul campo, sulle discussioni ed il confronto costante con colleghi imprenditori e manager del biotech e di centri di ricerca pubblici e privati. C’è un gran fermento in questo ambiente, il biotech italiano è vivo e vivace e come mai prima d’ora suscita l’interesse di investitori, all’interno dei confini nazionali e all’estero. C’è stato un moltiplicarsi di iniziative, in questi ultimi anni, di incubazione e accelerazione di start-up del biotech, sembra che le Istituzioni del nostro paese abbiano compreso l’importanza della ricerca scientifica, che contrariamente a quanto si pensa, non si fa solo nelle Università ma anche e soprattutto nelle imprese private. Ancora troppe poche risorse sono state però messe in campo dal Governo e la differenza è tutta nei numeri quando compariamo gli investimenti fatti dai singoli paesi Europei rispetto all’Italia. Per non parlare poi di paesi come gli USA o Israele. La mia azienda, per esempio, dopo aver vinto un finanziamento nell’ambito del bando Brevetti+ nel 2019, ha rinunciato allo stesso per via della complessità nella gestione delle risorse economiche promesse. L’iniziativa di Invitalia e del MISE era lodevole, perché prevedeva in sintesi la valorizzazione economica di uno o più brevetti già concessi all’azienda. Uso la parola promesse perché l’azienda avrebbe dovuto anticipare tutta la somma vinta e sarebbe poi stata rimborsata. Per una start-up, questo talvolta diventa un onere troppo elevato finanziariamente. Al contrario abbiamo vinto altri bandi pubblicati dalla UE che sono stati realmente il volano che ha aiutato la nostra azienda nella fase di avvio dei singoli progetti. Anche gli investimenti da parte di VC, in Italia collocano il nostro Paese come destinatario di circa il 5% degli investimenti europei totali. Nonostante tutte queste difficoltà, molti giovani ricercatori, con grande coraggio, tentano la via dell’imprenditoria tanto che circa l’80% dell’industria biotech è costituito da imprese di piccola e micro-dimensione, spesso partite come start-up o ancora in fase di seed. Molte di queste si autofinanziano o si indebitano con le banche, quando il business plan e le garanzie sono sufficientemente solide. Queste condizioni, soprattutto per una start-up , sono difficili da dimostrare.



– Pensa che il biotech possa rappresentare il futuro della nostra nazione?

Senz’altro il biotech ed il biomedicale rappresentano una sfida presente i cui risultati si vedranno nel prossimo futuro ma solo se le Istituzioni saranno finalmente così lungimiranti da non mettere la ricerca scientifica sempre all’ultimo posto nell’ordine delle priorità. La pandemia in corso rappresenta un’opportunità importante per un cambio di passo, da questo punto di vista. Il settore delle aziende biotech in Italia, come già accennato, presenta un trend in continua crescita negli ultimi 5 anni. I dati 2020 presentati da Assobiotec, l’Associazione nazionale di Federchimica per lo sviluppo delle biotecnologie, fotografa una situazione interessante dove le start-up innovative rappresentano il 20% del totale delle imprese biotech nazionali. Il comparto salute genera la quota preponderante del fatturato del biotech, che si occupa anche di applicazioni ambientali, veterinarie, agricole e zootecniche corrispondente, con un valore di fatturato, riporta Assobiotec, di oltre 9 miliardi (75% del totale) determinando la quota più significativa degli investimenti complessivi in R&S (91%) ed occupa oltre il 75% degli addetti alla R&S biotech in Italia. Credo che il biotech sia un settore strategico dove l’Italia è ancora nelle posizioni di coda in Europa ed in cui deve necessariamente credere ed investire, sia se ci riferiamo a capitali pubblici sia se parliamo di quelli privati.

– Ci parli del suo brevetto?

In realtà BCI ha costruito una piccola roccaforte brevettuale basata su un’idea principale, ovvero quella di rendere più duraturi i dispositivi medici di tipo biologico impiantabili. Parliamo soprattutto di valvole cardiache ma anche di tessuti per la riparazione anatomica di distretti danneggiati, come i legamenti, la parete addominale dopo chirurgia, i vasi sanguigni ricostruiti.Tutti questi dispositivi medici sono tipicamente prodotti a partire da materiale biologico di derivazione animale, che intrinsecamente, sebbene opportunamente trattato, rimane immunogenico per l’uomo. Questo significa che può scatenare delle reazioni avverse lievi, ma croniche, di tipo anticorpale ed infiammatorio. Per questo motivo, le valvole cardiache bioprotesiche, ad esempio, durano mediamente circa 10-12 anni dall’impianto e poi vanno incontro principalmente a calcificazioni che obbligano il chirurgo ad una nuova sostituzione. BCI ha inventato il metodo FACTA che è destinato ad impedire l’innesco delle reazioni immunitarie perché sequestra le molecole animali che l’uomo riconosce come non proprie ed inibisce pertanto l’innesco dei fenomeni degenerativi.

– Come siete arrivati a questo risultato?

Dopo molto studio e molti tentativi. Forse anche un po’ per caso, nel senso che spesso in ricerca, si scoprono fenomeni interessanti collateralmente alla sperimentazione principale. Facendo consulenze in ambito nutraceutico abbiamo capito come alcune molecole di origine vegetale potessero essere applicate con successo ai tessuti biologici animali usti per la produzione dei medical device. Queste molecole, una volta applicate al substrato hanno da subito dimostrato di avere proprietà estremamente interessanti per rallentare, se non inibire completamente fenomeni patologici come la trombosi, le infezioni batteriche e le calcificazioni a carico soprattutto dei sostituti valvolari cardiaci.

– Come siete organizzati come azienda?

Siamo nati nel 2014 come start-up innovativa, dal 2019 siamo una PMI innovativa. Abbiamo recentemente concluso un round di finanziamento a € 1,1 milioni da parte di soggetti privati generando, nel contempo, l’interesse da parte di alcuni VC esteri. Abbiamo potuto assumere nuovo personale tecnico scientifico ed amministrativo ed espandere l’azienda anche in termini di superficie occupata dai laboratori. Le idee e gli sviluppi della nostra tecnologia non mancano, anche in riferimento a substrati inerti, il cui mercato è nettamente più grande di quello dei medical device biologici. Abbiamo arruolato un team di Advisor e Key Opinion Leader di grande spessore nel panorama scientifico internazionale con i quali portiamo avanti i piani sperimentali previsti dai singoli progetti aziendali. Siamo localizzati ad Este, in provincia di Padova, una zona sicuramente importante per poter mantenere vive le collaborazioni scientifiche con l’Università di Padova, con la quale collaboriamo principalmente tramite Fondazione Unismart che promuove la formazione post-lauream di giovani scienziati.

– Come vi vedete tra dieci anni?

Dieci anni sono un tempo molto lungo per un’azienda biotech. Non posso nascondere che la tecnologia FACTA è già stata messa nel mirino di importanti multinazionali dei medical device americane e cinesi e siamo in attiva discussione con queste realtà produttive che vedono in BCI una partner strategico per il co-sviluppo di processi produttivi atti al miglioramento delle performance fisiologiche dei prodotti. Come ho già accennato, le idee in BCI non mancano e stiamo già pensando a come mettere a frutto alcune nuove scoperte nate sulla scorta dei risultati ottenuti fino ad oggi. Per esempio, un’area estremamente interessante è quella alimentare, già parzialmente esplorata dopo che si è evidenziato come alcune molecole vegetali hanno la capacità di inattivare il potere pro-allergizzante di alimenti come il latte e la carne rossa.

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